Perché continuo a fare cerimonie di cacao?
Me lo chiedono spesso.
E la verità è che, per me, il cacao non è mai stato solo una bevanda.
E nemmeno qualcosa di “spirituale” nel senso in cui molte volte viene raccontato oggi.
Ci sono cose che il corpo riconosce prima ancora che la mente riesca a comprenderle.
Per me, il cacao è una di quelle.
Molto prima di incontrare le “cerimonie di cacao”, il cacao faceva già parte della mia vita.
Da bambina, il cacao era presenza.
Era tempo condiviso.
Era famiglia.
Ricordo grandi conversazioni attorno a un tavolo, con una tazza di cacao caldo tra le mani.
Conversazioni lente.
Vere.
Con il cuore.
C’era sempre qualcuno che raccontava qualcosa della propria vita.
Qualcuno che ascoltava davvero.
E intanto il tempo sembrava rallentare.
Ricordo il profumo del cacao nella cucina.
Il rumore delle tazze.
La sensazione di sentirmi al sicuro.
Senza saperlo, forse, quello era già un rituale.
Poi la vita accelera.
Si cresce.
Si corre.
Si mangia in piedi.
Si parla guardando un telefono.
Si vive tutto più velocemente.
E senza accorgercene, perdiamo quei piccoli spazi che ci facevano sentire presenti.
Credo che il cacao, negli anni, mi abbia riportata proprio lì.
Non a qualcosa di mistico.
Ma a qualcosa di umano.
A quel modo semplice di stare insieme.
Di respirare più lentamente.
Di ascoltare senza fretta.
Con il tempo mi sono resa conto che molte donne non hanno bisogno di fare di più.
Hanno bisogno di fermarsi abbastanza da potersi sentire.
Perché viviamo con il sistema nervoso continuamente attivato.
Anche quando meditiamo.
Anche quando facciamo yoga.
Anche quando diciamo di voler rallentare.
Il corpo resta in allerta.
Ed è proprio da qui che nascono le mie cerimonie di cacao....Dal bisogno di creare uno spazio dove il corpo possa finalmente abbassare le difese.
Uno spazio lento.
Senza performance.
Senza dover dimostrare niente.
Perché quando prepariamo il cacao, non stiamo solo preparando una bevanda.
Stiamo preparando il corpo a tornare presente.
Il ritmo cambia.
Il respiro si allunga.
Il petto si ammorbidisce.
Il corpo inizia lentamente a fidarsi.
Non perché il cacao faccia magie.
Ma perché crea uno spazio.
E credo che sia proprio questo che molte volte dimentichiamo quando parliamo di cacao.
Non si tratta solo della bevanda.
Si tratta dello spazio che viene creato attorno ad essa.
Dell’intenzione.
Del tempo.
Del silenzio.
Della presenza.
Perché una vera cerimonia non nasce dal voler “fare qualcosa di spirituale”.
Nasce dalla capacità di sostenere un ritmo diverso. Un ritmo in cui il corpo possa finalmente abbassare le difese.
Per me, le cerimonie di cacao non sono performance spirituali.
Non sono un luogo dove mostrarsi evolute.
Sono uno spazio umano.
Uno spazio dove possiamo abbassare le difese.
Dove possiamo stare senza dover dimostrare niente.
A volte si piange.
A volte si ride.
A volte non succede nulla di straordinario.
E forse è proprio questo il punto.
Permetterci di esistere senza trasformare ogni esperienza in qualcosa da performare.
Negli anni ho compreso che molte donne non cercano esperienze più intense.
Cercano un luogo dove il corpo possa finalmente riposare.
Dove sentirsi ascoltate.
Dove respirare.
Dove tornare a sé.
Per questo, quando preparo il cacao, per me non è mai solo una bevanda.
È un modo di dire al corpo:
“Puoi smettere di trattenere tutto per un momento.”
Forse è per questo che continuo a preparare cacao.
Non per fuggire dalla realtà.
Ma per tornare al corpo.
Al silenzio.
Alla presenza.
A quel luogo semplice e umano dove, per un momento, possiamo smettere di correre.
E forse, alla fine, il cacao non apre davvero il cuore.
Ci aiuta semplicemente a smettere di chiuderlo.
La prossima cerimonia di cacao sarà a settembre. Nelle nostre cerimonie utilizziamo cacao cerimoniale pregato e cantato da nonne colombiane, custodito con rispetto e tradizione.
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